Lei il viso che non scorderai
L’orgoglio ed il coraggio lei
Come un tesoro l’oro dentro gli occhi suoi
Lei l'estate che ricanterai
il giorno che ricorderai
e mille cose che non sai
che può insegnarti solo lei
lei la tua ragione il tuo perché
il centro del tuo vivere
la luce di un mattino che,
che non perderai
lei lo specchio dove tornerai
dove ti riconoscerai
semplicemente come sei, uguale a lei.
Lei l'estate che ricanterai
il giorno che ricorderai
e mille cose che non sai
che può insegnarti solo lei
lei regala i suoi sorrisi senza mai
svelare al mondo quando non ne ha
privando il suo dolore libertà,
lei forse è l'amore che non ha pietà
che ti arricchisce con la povertà
di un gesto semplice che eternità
lei la tua ragione il tuo perché
il centro del tuo vivere
la luce di un mattino che,
che non perderai
lei lo specchio dove tornerai
dove ti riconoscerai
semplicemente come sei
esattamente come lei
Lei
A PROPOSITO DI MAGNETISMO….
Esattamente come prima, essi esercitavano l’uno sull’altra un’attrazione indescrivibile, quasi magica. Abitavano sotto lo stesso tetto; ma persino senza propriamente pensarsi a vicenda, impegnati in altre cose, distratti dalla società, si accostavano l’uno all’altra. Se si trovavano nella stessa sala, non passava molto tempo e stavano in piedi o sedevano vicini. Solo la più stretta prossimità poteva appagarli, però li appagava pienamente, e quella prossimità bastava: non occorreva uno sguardo né una parola, non un gesto né un contatto, soltanto il puro essere insieme. Allora non c’erano due persone, c’era una persona sola immersa in un piacere perfetto e inconsapevole, soddisfatta di se stessa e del mondo. Si, se uno dei due fosse stato trattenuto al capo opposto della casa, l’altro si sarebbe spostato a poco a poco verso di lui spontaneamente, senza intenzione. La vita era per loro un enigma la cui soluzione trovavano soltanto insieme.
J. W. Goethe, Le affinità elettive
SERENDIPITY
E’ il titolo di un film di qualche anno fa con John Cusack e Kate Backinsale, non certo un capolavoro, un po’ assurdo, sicuramente forzato. Racconta una storia d’amore che nasce e si sviluppa attraverso una serie di coincidenze e avvenimenti casuali.
Serendipity significa proprio fortuna, caso, destino.
Quante volte capita di pensare ad una persona e di ricevere poi, addirittura in quell’istante, una sua chiamata o di incontrarla per strada? O di ricordare un momento particolare della nostra vita e sentire per radio la canzone che lo aveva accompagnato?
A me succede abbastanza spesso ed è una cosa che mi strabilia, mi piace e mi incuriosisce.
L’ultimo episodio la settimana scorsa: per 3 giorni di fila ho incrociato in macchina un caro amico con cui sono sempre in contatto, ma che non vedevo dall’estate passata e che non mi era mai successo di incontrare casualmente. Per me e anche per lui è stata una cosa assolutamente straordinaria. La spiegazione che do a questo fatto, come ad altri dello stesso genere, è che tra le persone a volte si crei una connessione a livello profondo, una sorta di telepatia, di forza interiore che porta a “comunicare” anche senza rendersene conto. Infatti, episodi di questo tipo a me capitano sempre con persone con cui sento di avere un certo feeling, una sorta di affinità.
Nello specifico, credo che il messaggio nascosto in quei 3 incontri consecutivi fosse un invito a riprendere la nostra consuetudine estiva di trovarsi a correre e camminare insieme e fare lunghe chiacchierate nella luce calda e nel verde della campagna.
Queste coincidenze, piccole sorprese, mi affascinano. Credo nella forza di questi segnali, cerco di interpretarli perché penso che nulla di ciò accada senza una spiegazione. Voglio scoprire dove potrebbero portarmi e cosa stanno ad indicare. Certo, non ritengo che la storia di ognuno sia già scritta, anzi, sta in noi costruire il nostro avvenire e la nostra vita, però sono convinta che esistano degli avvenimenti, delle situazioni, grandi o piccole che siano, a cui non possiamo sfuggire. La fortuna si intreccerà sempre alle nostre vite – e Woody Allen in Match Point ce lo mostra in modo magistrale (guardatelo!!!! È un capolavoro) – ma poi è nostra capacità saperla interpretare e sfruttare.
Ecco, le coincidenze sono questo: occasioni che la vita ci regala. Sta a noi saperle cogliere e integrare nel nostro “disegno”. Continuando a stupirci della magia del quotidiano.
BIG FISH
Ci sono bugie più vere della verità
Un figlio cerca di avvicinarsi al padre morente.
Ora che la vita del genitore è prossima alla fine, il figlio vorrebbe dare un senso all’esistenza del padre e così anche alla propria, cercando di interpretare le stravaganti storie che lui da sempre raccontava sulla sua vita. Vuole separare i fatti dalla finzione, la realtà dal mito, per comprendere davvero chi è colui che lo ha messo al mondo. Si assiste al conflitto tra due caratteri diversi: Will, il figlio, è molto chiuso emotivamente, razionale e pragmatico; Ed, il padre, al contrario, è un uomo socievole ed affabile, fantasioso e singolare. Le storie che racconta contengono dosi di verità, ma hanno tutte un lato fantastico ed esagerato che le fa apparire improbabili e dissonanti agli occhi del figlio, che per questo ha sempre avuto un atteggiamento scettico e distaccato nei confronti del padre.
L’immaginazione è la chiave d’accesso al mondo di Ed, un mondo popolato da giganti, streghe, artisti del circo, paesi dove nessuno indossa le scarpe ma le appende agli alberi….. Un’atmosfera surreale domina in tutto il film e altro non è che la decisione di guardare alla realtà con gli occhi della fantasia. E’ sicuramente un modo di non accettare la vita comune, di mantenere una certa riservatezza sul proprio intimo e nascondere le fragilità che disturbano l’esistenza, ma indubbiamente significa anche avere la capacità di vedere la magia di ogni piccola cosa e cogliere il lato bello, insolito e positivo delle situazioni. E’ una forma di difesa da una realtà che non dà soddisfazioni e tende ad appiattire e ingrigire. Abbandonare la banalità per estraniarsi e realizzarsi in una dimensione altra; il principio è lo stesso di un altro film, Don Juan de Marco – maestro d’amore (Johnny Depp e Marlon Brando). Il confine tra realtà e fantasia è molto sottile e labile, i due piani si intersecano e si compenetrano continuamente, tanto che dopo un po’ cercare di disgiungerli diventa una fatica inutile ed è meglio lasciarsi andare e abbandonarsi alla stravaganza di questo mondo luminoso e colorato.
Il Big fish del titolo è lo stesso Ed: difficile da afferrare e sfuggente (fin dalla nascita..), proprio come un pesce. Proprio come quel pesce enorme con cui lui, in ogni occasione, racconta di essere arrivato ad un confronto, che alla fine non era altro che la metafora di un confronto con sé stesso. Nel dilemma tra catturare definitivamente l’animale o lasciarlo, egli sceglie la seconda, quasi a confermare la propria volontà di essere libero e di vivere un’esistenza fantastica al disopra della realtà, anche col rischio di rimanere sfuggente persino a se stesso. Che Ed sia “il pesce” è evidente anche dalle scene che lo ritraggono a nuotare in piscina o immerso in apnea nella vasca da bagno, oltre che dallo splendido finale. L’acqua viene ad essere l’elemento fondamentale del film, elemento vitale per eccellenza. Importante a questo proposito è anche la presenza della moglie di Will, incinta al settimo mese, emblema della maternità, raffigurata sempre nell’atto di accarezzare dolcemente il proprio pancione con le mani.
Così il film è un inno alla vita, che nasce e finisce, che si rigenera sempre, muta e non muore mai. E’ un invito a vivere e a cercare di andare oltre la banalità e la materialità delle cose per scoprire quell’aura magica che le renderà uniche per sempre.
FELICITA'...
#1 10 Aprile 2006 - 13:43
Mi ha colpito , una volta, una frase letta chissà dove che diceva: CHIEDITI SE SEI FELICE E SMETTERAI DI ESSERLO. Davvero c'è una ricetta per essere felici oppure è proprio la mancanza di questa a creare i presupposti per esserlo davvero? Io sono convinto della seconda. La felicità di un individuo ritengo sia inversamente proporzionale alla sua capacità di analisi . La felicità allo stato puro è una sensazione che abbiamo abbandonato quando abbiamo cominciato a crescere. Quello che possiamo fare da "grandi" per vivere sereni è accettare il fatto che questo processo è irreversibile. Mi piacerebbe sapere tu cosa ne pensi. Ciao ibvt
“Felicità
improvvisa vertigine,
illusione ottica,
occasione da prendere…”
Samuele Bersani, “Chiedimi se sono felice”
Felicità per me è una parola grossa. E’qualcosa di immenso che arriva all’improvviso e ti invade completamente, ti travolge. E’ uno schianto, una raffica di vento, è lo splendere improvviso del sole, una macchia di colore acceso su un muro bianco. E’ una sorpresa. E’ qualcosa che non puoi contenere, o dominare, ma a cui puoi solo abbandonarti.
Questo è per me, un’emozione violenta.
Non è uno stato, un modo di essere, perché è effimera, è destinata a lasciarci dopo averci investito con la sua irruenza. L’immagine che mi salta in mente è quella di un’onda che si infrange sul bagnasciuga: forte quando arriva, ma dopo aver scaricato il suo impeto nell’attimo del contatto con la sabbia, si ritrae dolcemente sottoforma di acqua tranquilla.
Penso che felicità e serenità vadano di pari passo e in un certo senso si completino. La felicità è l’esplosione di un momento, mentre la serenità è lo stato duraturo, una condizione che può protrarsi nel tempo, una felicità a lungo termine. Così per me è impossibile chiedere a qualcuno se è felice della propria vita, piuttosto scelgo di domandargli se si sente sereno.
A differenza di Ibvt, credo ancora nella felicità allo stato puro, perché penso sia un sentimento del tutto spontaneo, innato e ribelle, che non è possibile imbrigliare, falsificare o fingere. E’ come un cavallo imbizzarrito. Che poi una persona nella sua vita abbia avuto poche occasioni o motivi che l’abbiano portata a provare questo sentimento, è un altro paio di maniche, ma come emozione in sé credo sia assolutamente pura e incorruttibile. Forse è proprio questo il nocciolo della questione che mi poni nel tuo commento al mio ultimo post. Crescendo si è meno felici? Ci si emoziona meno rispetto ai bambini? E perché? Io penso che ci si emozioni in modo diverso. Quando siamo piccoli, tutto è una novità, tutto è una scoperta, anche la cosa più piccola ci appare meravigliosa e ci emoziona. Basta veramente un niente per renderci felici e strapparci un sorriso. Poi si cresce, si matura, e si comincia a riflettere, a cercare di dare un senso alle cose (si spera…). Ci si scontra con realtà difficili, si capisce che non tutto è bello come sembrava, che non va sempre tutto bene, nascono i problemi e si impara che esistono anche il dolore e la sofferenza, ci si deve confrontare con situazioni scomode. E’ più difficile sentirsi felici.
“Chiediti se sei felice e smetterai di esserlo” è una frase in cui trovo un duplice significato. Il primo riguarda sicuramente la spontaneità dell’emozione: è vietato rifletterci sopra, perdersi in analisi e seghe mentali, l’imperativo è viverla questa felicità. E’ come il Natale: quando arriva, arriva. Non la puoi cercare, inventare, stanare. No! E’ un attimo da acchiappare al volo senza ragionare.
La seconda interpretazione è un po’ forse il contrario di quello che ho appena scritto. Vivere in modo superficiale, ingenuo, con il prosciutto sugli occhi (passatemi l’espressione….) a volte è più semplice, si riflette meno, ci si pongono meno problemi e quindi magari si è più felici. Ma è una felicità fasulla e illusoria, che crollerebbe non appena si decidesse di accendere il cervello e aprire bene gli occhi sulla realtà.
Dunque, mano a mano che si cresce e ci si confronta con la vita, le occasioni di felicità forse diminuiranno numericamente, forse sarà più difficile trovarla questa felicità, ma quando succederà sarà assolutamente inebriante.
Allora…meglio la quantità o la qualità? Il dibattito è aperto
RICORDATI DI TE
Lunedì scorso, una delle mie rare serate davanti alla tv. Comodamente seduta sul divano faccio zapping… Rai1: sfida Prodi – Berlusconi. Sfida… posta così non so se immaginarmeli presentati da Maria De Filippi sul modello di Amici o su un fantomatico ring alla Celebrity death match… Mah! Meglio andare oltre. Canale 5: Ricordati di me di Gabriele Muccino. Mi fermo e poso il telecomando. Da buona cinefila l’ho già visto tre volte, cinema + dvd + dvd, ma non mi dispiace soffermarmici ancora.
La storia è praticamente il seguito dell’Ultimo bacio: i protagonisti sono ancora Carlo e Giulia e la bambina che questa aspettava ora è l’adolescente Valentina. Completa la famiglia la new entry Paolo, altro figlio della coppia, interpretato da baby Muccino ( Gabriele doveva pur creare una parte per il fratellino, no? Visto che già si sarà inkazzato abbastanza per essere rimasto escluso dall’Ultimo bacio..). L’aria di burrasca che già si respirava nel primo film, qui è un vero e proprio tornado. Carlo, il tradimento ce l’ha proprio nel sangue e dopo la scolaretta Martina Stella, ora tradisce la moglie con Monica Bellucci. Il motto di Giulia sembra continuare ad essere “ora te la faccio vedere io!” e se nel primo film si vendicava ammiccando ai compagni di jogging, ora ci prova apertamente con un regista teatrale, ma è talmente accecata dalla rabbia che non capisce che questi è gay! Al di là della guerra psicologica tra i coniugi, quello che accomuna l’intera famiglia Ristuccia è la voglia di emergere, di farsi notare, di ottenere l’ammirazione e il rispetto degli altri attraverso un ruolo pubblico che dia loro notorietà e successo e gli permetta di star bene con sé stessi. Così Carlo rispolvera il sogno di pubblicare un libro, Giulia riprende a recitare, Valentina fa di tutto (ma proprio di tutto…) per sfondare in tv e Paolo si dà da fare per organizzare una festa strepitosa e aggiudicarsi il ruolo di leader del gruppo e le attenzioni di una ragazza. Le donne, bene o male, riescono nei loro intenti, gli uomini no, ma la situazione non cambia, perché anche se hanno raggiunto la notorietà e agli occhi della gente sembrano bellissime, sorridenti e appagate, nel loro intimo sono tristi e frustrate, disilluse e quella che indossano non è altro che una maschera. Solo due figure “eroiche” riesco a scorgere in tutto questo. La prima è il personaggio interpretato da Monica Bellucci (e dopo aver visto Malena di Tornatore non avrei mai potuto crederci), che merita in quanto donna chiara, forte e coerente con sé stessa. Da sempre innamorata di Carlo, infatti, quando lo rincontra e riesplode la passione, non esita a lasciare il marito e seguire i suoi sentimenti, anche se la porteranno ad essere una donna sola. L’altro è Paolo (e a questo punto a baby Muccino sarà sbollita la rabbia da esclusione: ora è protagonista e anche vincente!), che dimostra di non avere paura di affrontare la propria sofferenza, di fare i conti con la propria interiorità e riesce così a capire cosa è veramente importante. Si impegna per l’esame di maturità, studia, fatica e alla fine lo troviamo maturato (in tutti i sensi) felice, in vacanza con la sua nuova ragazza.
Su questa analisi della famiglia e delle sue dinamiche da bicchiere mezzo vuoto avrei molto da ridire, ma in finale il messaggio del film è chiaro e mi trova d’accordo. Non è importante la notorietà, la fama, l’essere belli e potenti agli occhi degli altri se non si sta bene con sé stessi. Non ci renderà felici. E’ importante, invece, riuscire ad affrontare le debolezze e a vivere i dispiaceri e le sconfitte senza nascondersi, con la consapevolezza che mai nessuno sarà assolutamente vincente o perdente. E’ importante essere onesti, sinceri e sereni con noi stessi, perché solo così potremmo raggiungere il benessere e sentirci appagati. E’ importante essere sé stessi sempre. E’ importante quello che noi ricorderemo di noi.
Quando non ti sento mi piace pensare che tu stia creando qualcosa di nuovo, elaborando qualche complicato pensiero oppure pianificando qualche esotica attività. Magari stai solo guardando la tv, ma non riesco ad immaginarti così.