Did I disappoint you or let you down?
Should I be feeling guilty or let the judges frown?
'Cause I saw the end before we'd begun,
Yes I saw you were blinded and I knew I had won.
So I took what's mine by eternal right.
Took your soul out into the night.
It may be over but it won't stop there,
I am here for you if you'd only care.
You touched my heart you touched my soul.
You changed my life and all my goals.
And love is blind and that I knew when,
My heart was blinded by you.
I've kissed your lips and held your head.
Shared your dreams and shared your bed.
I know you well, I know your smell.
I've been addicted to you.
Goodbye my lover.
Goodbye my friend.
You have been the one.
You have been the one for me.
I am a dreamer but when I wake,
You can't break my spirit - it's my dreams you take.
And as you move on, remember me,
Remember us and all we used to be
I've seen you cry, I've seen you smile.
I've watched you sleeping for a while.
I'd be the father of your child.
I'd spend a lifetime with you.
I know your fears and you know mine.
We've had our doubts but now we're fine,
And I love you, I swear that's true.
I cannot live without you.
Goodbye my lover.
Goodbye my friend.
You have been the one.
You have been the one for me.
And I still hold your hand in mine.
In mine when I'm asleep.
And I will bear my soul in time,
When I'm kneeling at your feet.
Goodbye my lover.
Goodbye my friend.
You have been the one.
You have been the one for me.
I'm so hollow, baby, I'm so hollow.
I'm so, I'm so, I'm so hollow.
Vale era una lei. Semplice e spontanea, dalla bellezza solare e dall’indole ribelle. Ma Vale era anche un lui, un ragazzo forte all’apparenza, sicuro e spensierato, ma in fondo molto sensibile. Da diversi mesi soffriva per amore: la sua ragazza era in preda ad una crisi d’immaturità, come diceva lui, voleva fare le sue esperienze, divertirsi, andare alle feste, dormire dove capita, ubriacarsi, perdere conoscenza… Ma senza Vale. No, per lui non c’era posto, anzi, rappresentava un ostacolo. Ultimamente, poi, si era messa in testa di partire per l’America e questo aveva gettato Vale nello sconforto più totale. “Forse è meglio così – si era detto all’inizio- meglio che sparisca, che vada per la sua strada…” Ma poi il pensiero di non vederla più, di non sapere dove fosse o cosa stesse facendo, se avesse bisogno d’aiuto, di qualcuno con cui parlare, di una spalla su cui piangere… Non poteva sopportarlo. Perché nonostante tutto, nonostante lei lo avesse allontanato e tradito e ignorato, lui c’era. La seguiva discreto, conosceva i suoi spostamenti e la gente con cui usciva, la teneva d’occhio per evitare che si cacciasse in qualche guaio o per essere pronto al momento di raccogliere i cocci. L’unico con cui si sfogava era Pao, il suo migliore amico; agli altri diceva sempre che andava tutto bene e che lei era ormai acqua passata. Erano usciti a cena anche l’altra sera e avevano parlato per ore davanti ad una tagliata e del buon vino. A Pao non andava di vedere Vale così giù a causa di quella scapestrata della sua ex e cercava in ogni modo di fargli capire quanto lei non fosse adatta a lui, quanto fosse irresponsabile e immatura. Quanto fosse inutile per lui continuare a tormentarsi. Lo ascoltava e lo consigliava fino allo sfinimento.
Non che Pao fosse un asso in amore però… Stava da due anni con Veronica, ma senza entusiasmo. Tante volte preferiva uscire con gli amici e divertirsi con loro, allora lei si arrabbiava e litigavano. Eccome se litigavano. Poi però lei cedeva e si riappacificavano fino al conflitto successivo.
Al polso sinistro Pao portava un bracciale, un filo di caucciù nero con una placca d’argento su cui era incisa una V. V come Veronica, ma anche come Vale. Vale, l’amico di una vita a cui voleva un bene dell’anima, e Vale, la ragazza dallo sguardo magnetico. Eh già, Pao aveva perso la testa per Vale. Lo aveva colpito subito e subito aveva cercato di conoscerla, ma lei non gli aveva dato molto spazio e se n’era andata dopo appena qualche parola. Ma a Vale Pao piaceva e alla fine erano diventati amici. Si vedevano e si sentivano regolarmente; lui non mancava mai di augurarle la buonanotte con un breve messaggio. “Anche solo una parola, per farti sentire che ci sono…”
Ogni tanto Vale spariva, persa tra mille impegni e nuove conoscenze, non si faceva vedere anche per mesi e allora Pao le scriveva, email e sms a metà tra l’abbandonato e l’offeso, che spesso restavano senza risposta. Poi lei riappariva e tutto tornava come prima.
Parlavano di tutto, ma specialmente di Vale e Veronica.
Vale non conosceva Vale, o meglio, lei aveva visto lui qualche volta, ma non si erano parlati, nemmeno presentati. Non sapeva nemmeno se lui sapesse con precisione chi fosse lei, Pao rimaneva sempre molto sul vago quando glielo chiedeva, e così, se le capitava di incrociarlo, manteneva un atteggiamento alquanto indifferente. Cordiale, gentile, ma indifferente. Però sapeva molto di lui. Sapeva tutto quello che le raccontava Pao, sapeva di come stesse soffrendo per la stralunata Rebecca e, anzi, molti dei consigli che Pao dava a Vale, era stata proprio lei a suggerirli. Anche Vale sapeva molto di lei, nonostante fisicamente non la conoscesse. Pao gliene parlava spesso. E così, in fondo, anche Vale e Vale erano amici, di un’amicizia nascosta e silenziosa. Io so che forse tu sai, ma faccio finta di non sapere che potresti sapere. Una cosa del genere.
Vale conosceva Veronica solo di vista e per quello che le raccontava Pao. Era molto carina, ma nel complesso le sembrava una ragazza frivola, appariscente e un po’ superficiale, non cattiva, ma forse ingenua e viziata. A volte ci pensava e non capiva come lei potesse piacere a Pao. Si, Vale sapeva di piacere a Pao e non era un mistero che anche lui piacesse a lei, ma nessuno dei due aveva mai preso la cosa seriamente. Ci scherzavano sopra spesso e volentieri, lui criticava sempre i ragazzi con cui Vale usciva e si dichiarava apertamente geloso. Le mancava quando lei non si faceva sentire e glielo diceva, le faceva complimenti e non si risparmiava in carinerie, accompagnate però da un sorriso delinquente e da occhi furbi. Non era mai sdolcinato o patetico. Lei rispondeva con un sorriso, qualche bacio, a volte gli faceva il verso e lo prendeva in giro.
Ma non riusciva a spiegarsi tutto questo, Veronica era davvero il suo opposto, non avevano nulla in comune, nemmeno fisicamente. Di certo Pao non si sentiva felice con lei, ma era ormai entrato in un equilibrio troppo difficile da rompere. Non era maturo, non era pronto, avrebbe dovuto crescere ancora e fortificarsi. Al momento era schiavo delle apparenze, delle opinioni altrui, delle pretese dei suoi. Aveva ancora molto da imparare; acquistare indipendenza e determinazione. Nell’intimo era molto insicuro. E Vale lo percepiva. Spesso aveva cercato di spronarlo e farlo ragionare, di dargli lo stimolo ad agire, a prendere in mano la sua vita e sistemare definitivamente le cose con Veronica, ma senza risultato. Ogni volta che entravano in argomento, Pao si chiudeva a riccio e parlare diventava impossibile. Così alla fine Vale ci aveva rinunciato.
Lo scorso capodanno, però, era stata Veronica a ribaltare la situazione lasciando Pao. Da tempo si lamentava delle sue scarse attenzioni e mancanza di responsabilità ed era arrivata persino a parlare di ciò con i genitori di Pao, chiedendo un aiuto per cercare di farlo cambiare. Anche in quell’occasione Pao aveva reagito alzando un muro attorno a sé.
La notte del 31 dicembre l’avevano passata soli: Vale, Pao e Vale. Ognuno chiuso nel suo stato di torpore esistenziale venato di dolore: Pao in crisi, solo, sul divano della sua casa vuota, Vale – lei – a letto, immersa nel silenzio più buio e Vale – lui – appena scaricato da Rebecca, in macchina a girare a vuoto. Ad un certo punto era partito un messaggio, una telefonata…
“Ciao Vale…”
“Hey Pao, che fai…?”
“Rebecca mi ha mollato…”
E a mezzanotte erano insieme, tutti e tre, vicini, seppure distanti una quarantina di kilometri l’uno dall’altro.
Poi Vale si era gettato nella disperazione, Vale andava e veniva e Pao era tornato con Veronica.
Ognuno aveva ripreso la propria vita, tra speranze ed insicurezze.
Tecniche di seduzione......
Sono seduti allo stesso tavolo a studiare, uno di fronte all'altra. Non sono amici, forse appena conoscenti; avranno scambiato qualche parola in un paio di occasioni, anche se si incontrano spesso.
Lui nota le spille a forma di gatto sulla giacchetta di jeans di lei.
Lui: Ti piacciono i gatti?
Lei: Si
Lui la guarda, tira fuori il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo apre ed estrae la carta d'identità. La porge a lei con un sorriso a metà tra l'ebete ed il dolciastro, facendole notare che di cognome fa Gatto.
Lei si sforza di assumere una qualsiasi espressione.
Lui: Allora sto proprio bene vicino a te....
Lei si impegna con tutte le forze per assumere una qualsiasi espressione...
....ma non ce la fa.... Si scusa, si alza e corre in bagno: un urlo e una risata
Un saluto agli amici di Cristian che ogni tanto vengono a trovarmi sul blog. Lasciate una traccia del vostro passaggio.....
E viva Pirlo!!!
Dico di lei....
Il suo sogno è il Brasile, ma questa estate la trascorrerà in Grecia. Non c’è un programma preciso, né la prenotazione di un albergo, l’unica certezza è un biglietto aereo con destinazione Atene. L’importante è partire, poi si vedrà, ci si organizzerà strada facendo. Così la pensa Caterina, venticinquenne veronese dalle mille idee e dai mille interessi. Di certo scatterà un sacco di foto durante la sua vacanza, foto che poi appenderà nella sua camera, ormai zeppa di immagini da lei immortalate. La fotografia è da sempre una sua grande passione. La affascina la possibilità di fermare per sempre il tempo in un’immagine, catturare un momento, una sensazione, l’espressività di un volto. Ama più di ogni altro l’architettura di certi edifici, la loro disposizione, l’insieme delle linee dritte e le loro possibili combinazioni. Ciò si accorda con la parte più razionale del suo carattere, il suo essere ordinata, riflessiva e precisa, diligente e scrupolosa. Però Caterina non è stata sempre così, difatti ha sviluppato notevolmente queste qualità all’università, alla facoltà di lettere antiche, con lo studio del latino e del greco, materie che richiedono dedizione e accuratezza. Dopo la laurea ha trovato lavoro in un istituto professionale, dove insegna italiano, cittadinanza attiva e corrispondenza commerciale ad alunni del primo e secondo anno. Con loro ha imparato davvero il significato del termine pazienza… Ma la sua vera passione è la scrittura. Già alle elementari aveva questo pallino e una volta ha addirittura regalato alle maestre un quaderno con poesie scritte da lei. Nel corso degli anni qualche professoressa ha cercato di ostacolarla, criticando malamente le sue doti di scrittrice, ma lei non si è mai data per vinta e ha sempre continuato a seguire questa sua inclinazione. Attualmente collabora con il quotidiano veronese “L’Arena”, per il quale si occupa di folclore locale, andando alla ricerca di fatti straordinari e storie particolari di gente comune, che spesso diventano spunto per racconti o riflessioni personali. Ritaglia spesso, infatti, momenti di solitudine nei quali compone poesie e racconti, dando respiro alla sua parte creativa e fantasiosa. La affascina molto anche il teatro, per la possibilità di evasione che offre, di immedesimarsi in situazioni insolite e cambiare identità, anche se solo per un po’. Ha già seguito un corso di dizione e di voce, in cui ha imparato a leggere e interpretare componimenti di vario tipo, ma le piacerebbe anche cimentarsi con la recitazione, soprattutto quella comica. Caterina, infatti, si sente molto buffa e divertente, a volte quasi ridicola ed è dotata di grande auto-ironia. E’una persona estremamente dinamica e sportiva, pratica la pallavolo, la corsa, lo sci e il nuoto, che aveva iniziato a livello agonistico, ma che ha dovuto poi abbandonare per problemi di salute. L’interesse per lo sport le è stato trasmesso dai genitori, con i quali ha un buon rapporto e con cui vive a Verona, assieme anche alla sorella. Vicino a lei abitano i nonni materni: il nonno, che adora, e la nonna, con cui è in perenne conflitto perché troppo autoritaria ed invadente.
Con il gruppo delle Kakke sante condivide la passione per i lavori manuali: borsette di stoffa, collanine, braccialetti, opere di decoupage che poi vendono nei mercatini del veronese. L’attività è nata un po’ per caso, dall’abitudine di realizzare dei piccoli pensieri da scambiarsi a Natale, poi col tempo è diventata un vero e proprio business.
Tra tutti questi interessi, però, la scrittura rimane l’amore più grande. Il suo sogno è quello di diventare una giornalista: essere a contatto con la gente e raccontarne le storie, andare alla ricerca del particolare, dare voce a realtà diverse. Non esclude però la possibilità di un’esperienza radiofonica, le piacerebbe condurre un programma sui libri e le parole, qualcosa di originale e accattivante. Ascolta molto la radio, le fa compagnia, e trova estremamente affascinante il potere della voce, la capacità che ha di trasmettere ed evocare emozioni, lasciando lo spazio aperto all’immaginazione. E Caterina, di immaginazione, ne ha davvero da vendere.
Dice di me....
Cuscini, tazze, candele, burrocacao, meglio se aromatizzato, calze e slip. Questi sono i suoi oggetti da collezione che riempiono ogni angolo della sua casa. Alessandra, 24 anni, è nata a Caerano San Marco in provincia di Treviso, ma studia Lingue con indirizzo in Scienze della comunicazione all’Università di Padova.
A scuola una bambina prodigio: non ha mai frequentato la prima elementare. Ha imparato a leggere e a scrivere prima del previsto e così le maestre hanno pensato di promuoverla subito in seconda. Nello sport una combattente, nel vero senso della parola. Appassionata di box tailandese da oltre due anni, pratica questo sport perché le dà sicurezza, fiducia in sé stessa e molta forza. “Mi sono iscritta per caso” commenta “volevo sperimentare l’ambiente della palestra, ma non avevo voglia di fare uno dei soliti corsi e così ho deciso di frequentare il corso di box.” Ma il resto lo ha fatto l’istruttore, che è stato in grado di trasmetterle la passione e la tecnica. Selettività e impegno, sono queste le caratteristiche che lei apprezza nella box, mentre nella vita è disordinata e non ama fare programmi.
Un’anima nera e un’anima bianca. Così Alessandra definisce il suo carattere. Un’eclettica appassionata di scrittura e cinema che hanno in comune per lei la capacità di farla evadere da una realtà che le sta a volte un po’ troppo stretta. Non sa collocare nel limite temporale il suo amore per la scrittura “è un aspetto di me, una cosa che mi appartiene da sempre” dice “un’indole naturale, che spesso diventa un bisogno di liberarmi e di sentirmi indipendente”. E altrettanto significa immedesimarsi nelle goffe avventure dell’intraprendente Ruppero Everert, uno dei suoi attori preferiti. Anche se la passione per il cinema va oltre il desiderio di evasione. Vorrebbe infatti, o meglio avrebbe voluto perché dichiara, poco convinta di aver abbandonato questo sogno, frequentare la scuola di cinema per lavorare come sceneggiatrice.
Non ama l’aereo ma almeno due volte l’anno vola in Inghilterra, che nel cuore sente essere la sua terra. “Non so spiegarmi il perché ma quando sono là mi sento a casa, sento di avere tutto quello di cui ho bisogno, i parchi verdi, i musei, e soprattutto la gente diversa che convive nella stessa nazione”. E condivide con gli inglesi un’autentica passione per i te aromatizzati. Sarà forse il sangue della nonna, nativa della Scozia, a trasmetterle questa passione. E di certo non soltanto questo. Infatti la nonna di Alessandra ha voluto lasciare il suo segno anche nella scelta del nome della sua cara nipotina. Quindi accanto al primo nome ha aggiunto Josephin. E così amici e conoscenti la chiamano Alessandra, mentre i famigliari più intimi Josephin, per volere della nonna.
La mamma e due gatti Martino e Raffaello, arrivato da poco, sono i coinquilini di Alessandra e hanno ormai imparato a sottostare alle sue bizzarre regole del vivere comune. Prima fra tutte, non disturbarla mai al mattino appena sveglia “La prima cosa che faccio quando mi sveglio è accendere la radio” spiega “e poi non voglio che nessuno mi infastidisca, ho bisogno di alcuni momenti di tranquillità per riabituarmi al mondo. La mattina per me è un memento delicato”. E la regola numero due è non toccare il suo bagno privato, che la madre definisce un salotto. Arredato con gran cura nei minimi particolari, il bagno è per Alessandra la stanza più importante della casa. E ne ama anche tutti gli optional. Creme, profumi, sali, spugne di ogni tipo sono per lei una vera passione. Ma manca solo una cosa perché il suo bagno sia arredato alla perfezione, una piantina che spera tra breve di acquistare.
Caterina
C'è una melodia
che sento adesso scorrere
nella mente mia,
nel cuore nelle viscere
ma rimane lì
e darle voce io non so,
ma rimane lì
e darle luce non so...
Caro amore mio
non tormentarti più per me
sono stato anch'io
sul punto di morir per te
e se vado via non mi chiedere perché
c'è una melodia che forse dice cos'è...
Quello che avrei voluto vivere
quello che vorrei esprimere
quello che tu non sai
e forse mai saprai... e forse mai saprai...
06.06.06
Oggi è il giorno della bestia, come qualcuno, di non molto simpatico, mi ha fatto, altrettanto non simpaticamente, notare. Chissà con quanta ansia, con quale impazienza e trepidazione il signor the beast in questione avrà atteso questa fatidica data.. Sarà da almeno una settimana, ma che dico, un mese, che affila artigli e zanne (ovviamente posticce, data l’età) pronto a scagliarsi sul malcapitato o malcapitata (sob!) di turno. D’altra parte oggi è la sua festa, oggi può permetterselo, è un suo diritto, è l’occasione di una vita (il prossimo beast day sarà nel 3006 e hai voglia ad arrivarci!). E allora via, si aprono le danze! Eccolo lì, piccolo e paffuto, arroccato sulla sua scomoda poltroncina rossa, dietro ad una scrivania che lo fa apparire ancora più minuscolo. Con quale bramosia attende l’ingresso delle sue vittime… Le scruta con fare serio, ma non incrocia mai il loro sguardo; i suoi occhi vitrei sembrano concentrarsi sempre oltre le spalle dei poveretti. Che abbia un gobbo sul quale leggere le crudeltà che vomiterà poi loro addosso? Probabile. In fin dei conti non può buttar via nemmeno un minuto di questo giorno, non può permettersi di balbettare, esitare, impaperarsi o, ancor peggio, rimanere senza parole. No, no, no! Deve sputare fiamme! E così i suoi occhi giallognoli e lattiginosi si accendono di sangue, i capelli (o ciò che ne rimane…) si scompigliano e si arruffano, il collo si allunga, si protende in avanti e…fuoco! Parte l’arringa. Quindici minuti filati sui valori del vivere civile (di cui lui detiene l’esclusiva), sul ruolo (pietoso) che i poveri giovani hanno nella società odierna, di quello che trasmettono (cioè niente) alla suddetta società, su come abbiano trasformato l’istituzione universitaria in uno shopping center con tanto di parcheggi a tempo indeterminato e mettano i loro cervelli nelle mani di benemeriti deficienti, sul coglione che ha governato negli ultimi 5 anni… Il tutto accompagnato da insulti in latino perfetto, una vera chicca! Poi arriva l’autocelebrazione, il momento di gloria, l’apoteosi. Come gode nell’elencare i propri meriti e quanta passione nel raccontare gli episodi della sua fantastica vita, che dimostrano pienamente il suo valore di uomo e dotto. Un lampo di rivolta mista ad un certo disgusto attraversa la mente della vittima… Ma poi si placa in paziente compassione. Domani è un altro giorno e anche la bestia più feroce sarà tornata un professorino qualunque.
Arte contemporanea. Non ne sono una grande estimatrice, preferisco di gran lunga le classiche opere su tela: il surrealismo di Magritte, i colori degli impressionisti, l’atmosfera magica delle opere dei pre-raffaelliti… Comunque, penso che tutto si possa dire sull’arte contemporanea, eccetto che non sia interessante. E’ un’arte decisamente soggettiva, capace di suscitare emozioni violente e contrastanti, come di lasciare del tutto indifferenti. E mille e diverse sono le emozioni che si vivono visitando la mostra Where are we going? Selections from the F. Pinault Collections, presso Palazzo Grassi a Venezia.
Una delle prime opere che si incontra è Him di Maurizio Cattelan. Arrivando dalle scale, quasi non ci si accorge di quella piccola figura di spalle, inginocchiata in atteggiamento di preghiera verso l’angolo di un muro bianco. Sembra un ragazzino, vestito di un abito grigio con i pantaloni al polpaccio. Colpisce immediatamente la compostezza e l’atteggiamento di silenziosa devozione che emana dalla sua figura. Viene naturale avvicinarsi e girarci attorno per osservarlo e scoprirne il viso… quando si viene assaliti da un brivido gelido e dallo sgomento… Il ragazzino ha il volto di Hitler.
L’inquietudine prosegue in una foto, grande quanto una parete, che presenta soldati e civili morti in seguito ad un’imboscata. Si vedono chiaramente il sangue e gli arti spappolati, i cadaveri uno sull’altro.
Smarrimento e un chiaro invito alla riflessione anche nell’opera che dà il titolo alla mostra. E’ tutta in una sala e si compone di varie parti. Due teche piene di medicinali: nella prima, centinaia di pillole e pastiglie di ogni forma e colore disposte ordinatamente una accanto all’altra, nella seconda, le scatole e le confezioni a formare una piccola farmacia. Altre vetrine contengono scheletri in miniatura di animali preistorici. Alle pareti, dei quadretti sul fumo e la chirurgia estetica. Completano l’insieme due mucche vere, tagliate letteralmente a fette e immerse nell’acido dentro a dei contenitori di vetro, cosicché è possibile vederne le interiora.
Proseguendo nella visita, attraverso moto appese al muro, scritte al neon, maiali attaccati a respiratori artificiali e improbabili canestri da basket con cristalli e candele, si incontrano anche opere dai toni decisamente più giocosi. E’ il caso di Jeff Koons (ex marito di Cicciolina) con le sue sculture di acciaio colorate, che sembrano proprio dei palloncini e riescono a renderne perfettamente la sensazione di leggerezza e morbidezza. O ancora del “robottino” Inochi, creato dal giapponese Takashi Murakami, sui cui è stato realizzato anche una sorta di cartone animato che è possibile guardare nello schermo di fronte alla scultura.
Tuttavia, nonostante l’allegria, la simpatia e i sorrisi che suscitano, anche queste ultime opere hanno la loro drammaticità nella fredda artificiosità che rappresentano. Così sono le sensazioni negative a predominare, l’inquietudine, lo smarrimento e l’angoscia: questo il filo che lega tutte le opere dell’esposizione e questo il messaggio lanciato dagli artisti. Un grido d’allarme per un mondo avviato sulla strada dell’aridità e dell’autodistruzione, per una società lacerata, consumistica, smarrita, ossessionata paurosamente dal sesso, che bada più all’apparenza e all’involucro delle cose, quasi meccanizzata, impazzita e artificiale.
Un enorme cuore rosso (la mia opera preferita) accoglie i visitatori all’arrivo e li attende nuovamente a fine percorso: forse non tutto è perduto. O forse si, se anche il cuore è diventato d’acciaio.