Alessandra c'è
Alessandra è felice
Alessandra ha finito gli esami
E una mezza coroncina d'alloro è già spuntata sulla sua testolina...
REALITY SHOW
Venerdì 1° settembre, volo New York – Amsterdam, due ore all’atterraggio. Un passeggero, un cinquantenne americano in viaggio da solo, si sente male. La situazione appare subito grave ed il capitano, tramite altoparlante, chiede se per caso ci sia un dottore a bordo; il personale non è in grado di far fronte all’emergenza.
Dalle ultime file si alza un uomo, capelli corti, castani mechati di biondo, pettinati col gel in una solida cresta, occhiali e naso pronunciato. Ha 32 anni, ma ne dimostra meno, sembra un ragazzo. E’ un medico anestesista. E’ mio cognato, in viaggio di ritorno da New York assieme a mia sorella, sua moglie.
Si alza dal suo posto e si dirige con passo fermo, ma rapido, verso la cabina di pilotaggio. Viene subito condotto dal passeggero in difficoltà, che nel frattempo ha perso conoscenza. Una rapida occhiata basta per rendersi conto di quello che sta accadendo: ictus. Per fortuna l’aereo dispone dell’attrezzatura necessaria e si può intervenire. Flebo e mascherina dell’ossigeno. Prontezza e sangue freddo.
Le due persone accanto all’uomo, una donna col figlio piccolo, vengono trasferite nei posti del medico e della moglie, che invece deve andare a sedersi sul seggiolino scomodo di una delle hostess, dato che l’aereo è pieno e non ci sono altre sistemazioni possibili.
La situazione si complica, sopraggiunge improvvisa una crisi epilettica e l’uomo è in preda alle convulsioni. Il medico fa tutto il possibile. Si muove rapido e preciso, non c’è esitazione nei suoi gesti.
Lo raggiunge il capitano per informarsi sulle condizioni del paziente e chiedere consiglio sul da farsi: stanno infatti sorvolando Londra, meglio atterrare subito o si può proseguire per altri 40 minuti fino all’arrivo ad Amsterdam? In questi casi è difficile fare previsioni, l’uomo ce la potrebbe fare come no, ogni momento è prezioso, quindi meglio atterrare immediatamente.
Ricevuto l’ok da Heathrow, il capitano scende in picchiata verso la pista; il medico, in ginocchio, con la schiena rivolta alla cabina di pilotaggio, tiene fermo l’uomo e contemporaneamente sorregge la sacca della flebo. Sono attimi da brivido.
L’aereo atterra, corre sulla pista, rallenta fino a fermarsi. I passeggeri sono pregati di restare ai loro posti. I sanitari inglesi, già al corrente della situazione, salgono a bordo, prelevano l’uomo e lo caricano sull’ambulanza, che sfreccia via a sirene spiegate.
Ognuno riprende il proprio posto e nel giro di un’ora l’aereo riparte per Amsterdam.
Il medico è un po’ stanco, teso, l’adrenalina ancora a mille, ma sta bene; le emergenze sono il suo pane quotidiano. Lei gli siede accanto un po’ scossa.
Fuori dal finestrino si vede il Tower bridge, che rimpicciolisce mano a mano che il velivolo prende quota.
“Vedi che anche questa volta ti ho portato a Londra*?”
Lei lo guarda. Si sorridono.
* io e mia sorella siamo malate per Londra, ci andiamo almeno almeno una volta l’anno, amiamo troppo quella città
Come promesso, eccomi qui a illuminarvi sulla mia giornata di mercoledì. Non so come uscirà questo post, è terribile quando attacco a scrivere a ruota libera.. Potrebbe spuntarne un romanzo o magari solo una paginetta. In ogni caso, chi ha la ferma intenzione di farsi i fattacci miei, si armi di pazienza. E si metta comodo. Magari con birretta alla mano. O, ancora meglio, un bello spritz!
La prima cosa positiva della giornata è che non ho fatto un emerito niente, cioè ho oziato nel modo più piacevole e costruttivo (o distruttivo?) e ho visto un sacco di gente. Libri chiusi.
La seconda è che ho ritrovato un’amica. Da molto tempo aveva ormai abbandonato il gruppo ed era sprofondata in una torbida crisi esistenziale, causa lavoro e ovviamente uomini. Mannaggia! Lei, sempre sorridente, sempre disponibile, la compagna di tante serate e tante momenti, quella con cui si trovava sempre qualcosa per cui ridere e con cui finivo sempre le mie feste di compleanno. Ci stavo veramente male a vederla così e infinite volte avevo provato ad aiutarla, ma mi sbatteva sempre la porta ed il telefono in faccia. Era diventata un fantasma. Poi un viaggio in Grecia (a quanto pare è terapeutica, meglio dell’India! Dovrei andarci pure io…), un vero e proprio ritiro spirituale che me l’ha restituita come nuova! Mercoledì il primo incontro: ore e ore di chiacchiere, racconti, confidenze e opinioni, con tanto di strafogo in pasticceria per festeggiare. Tanto poi la settimana prossima ricominciamo gli allenamenti di boxe.. E ho detto ricominciamo, perché la mitica tornerà in palestra con me. Grande Angela!!!
La terza è pura frivolezza. Ho comprato un paio di scarpe fantastiche, che mi hanno ipnotizzata dal primo momento che le ho viste, un colpo di fulmine. Sono proprio mie, si addicono perfettamente al mio Io e al mio piedino da Cenerentola. Ballerine in glitter dorato. Adoro tutto ciò che luccica.
Dopo l’acquisto sono passata in biblioteca dove avevo parcheggiato i libri, perché l’intento originario era quello di ore di studio intenso (illusa…), per far vedere le scarpe ad un’amica che aveva tentato con tutte le sue forze di dissuadermi dal prenderle, dandomi della folle. Ma io sono folle… La trovo in caffetteria con dottor B, alias il Bosca, che ha voluto assolutamente vedere cosa avessi comprato. Gli ho lasciato prendere in mano una scarpina e la prima cosa che ha fatto è stato annusarla. “O’, a sà da mastice” (traduzione: O’, sa di mastice). Grazie Bosca, infallibile segugio!
E questo il pomeriggio.
Il programma della serata, come ogni settimana, era quello del mercoledì da paura: partenza ore 21.30, rientro ad orario non specificato, imperativo: abbandonare la quotidianità, reinventarsi e divertirsi.
Vado a prendere la Claudia e ci mettiamo in viaggio. Prima tappa, un localino ad una ventina di km da casa, dove dovevamo incontrarci con un amico d’infanzia che avevamo rivisto per caso qualche giorno prima. Tra la Claudia che si fa sempre attendere, rifornimento carburante e menate varie, arriviamo verso le 22.30. Lui non c’è. Ci sediamo, beviamo qualcosa. Lui non c’è. Chiacchieriamo guardandoci attorno. Lui non c’è. Ci avrà aspettato e se ne sarà andato, dato che non avevamo stabilito un orario? Non gli è partita la macchina? Ha preso la varicella? E’ stato rapito dagli alieni? Non lo sapremo tanto presto, visto che non abbiamo nessun recapito telefonico e il destino ci fa incontrare una media di una volta ogni due anni. Pippo, an do stavi?? Se ci sei, batti un colpo.
Dopo le 23 ci siamo alzate per andare, avendo perso ormai ogni speranza. Eravamo stranamente finite a parlare di un mio ex. Discorso spinoso. E parla, parla, parla.. Ferme al semaforo di una strada statale abbastanza importante, dovevamo girare a sinistra per raggiungere un pub che è una tappa fissa del mercoledì. Scatta il verde. Quelli che venivano dalla strada di fronte alla nostra avevano la precedenza, quindi attendo il momento buono per passare, quando lo vedo. Lui, l’ex di cui stavamo parlando. Viene avanti, mi passa accanto in macchina, in quanto va in direzione opposta alla mia. Un sussulto. Ma dove accidenti va?? Ovviamente lo devo scoprire. Quindi faccio un’inversione ad U in mezzo all’incrocio e parto all’inseguimento. Avevo detto che sono folle e poi era la serata del mercoledì, svesti i panni della quotidianità… Lo so, non ho giustificazioni e magari dovrei pure vergognarmi per ciò che ho fatto. Dovrei. Comunque, lo seguo a tutta velocità; ci sono un paio di auto tra noi, ma lo tengo d’occhio. Dopo 10-15 minuti svolta in una stradina, io vado dritta, al primo spiazzo utile mi giro e imbocco la sua stessa strada. Rallento e vedo la sua macchina ferma nel parcheggio di un complesso residenziale, lui non si vede. Procedo con gli occhi che scrutano inquieti le case attorno per capire dove possa essere entrato, quando la Claudia urlante mi prega di frenare: la strada è chiusa e stavo andando addosso ad un muro. Accidenti! Che spavento. Poi il panico: devo fare marcia indietro il più in fretta possibile. Sai se lui esce e mi becca qui? Cosa mi invento? Operazione riuscita e pericolo scampato, ce ne andiamo dal luogo del delitto e riprendiamo il nostro itinerario: 20 km verso nord. Guido silenziosa e penso. Guidare di notte è meraviglioso e terapeutico: mi aiuta a scaricare l’ansia, la preoccupazione, mi libera la mente e mi aiuta a concentrarmi e riflettere; sembra che la strada accompagni i miei pensieri e li faccia fluire, uno dopo l’altro. Ripenso a lui, ai momenti passati insieme, a come sono andate le cose. Per quanto non sia trascorso poi così tanto tempo dalla rottura, tutto mi sembrava lontano e facevo una fatica immensa a rievocare quelle immagini. Era tutto freddo, sopito, come se non l’avessi vissuta davvero io questa storia, ma me l’avessero solo raccontata. Nessun particolare, nessuna vivida emozione invadeva la mia mente. “Che storia del cazzo”. Queste le parole che sono uscite dalla mia bocca dopo minuti e minuti e minuti di silenzio.
“Come?”, mi fa Claudia.
“Niente”, rispondo io, tornando al presente con un peso in meno. E’ stato davvero insignificante.
Si ristabilisce un clima sereno, frizzante. Arriviamo al pub, tanta gente. Il tempo di un caffè e via, ormai è mezzanotte e dobbiamo lanciarci nella mischia. Ripartiamo alla volta di un gran bel posto. Entriamo e la serata è già nel vivo. Facciamo un giro del locale, tante le facce note, tante le chiacchiere, i saluti. C’è un tipo, avrà una sessantina d’anni: capelli grigi alle spalle, cappellino colorato Von Dutch, occhialoni stile Chips, pantaloni di pelle nera. Lo soprannominiamo Il trasgressivo. Musica, gente che balla. Ci si muove a fatica. Ogni tanto qualcuno mi urta: “Oh, scusa”. Ogni tanto qualcuno mi guarda, meglio che mi volti dall’altra parte. Ogni tanto qualcuno ci segue. Ogni tanto qualcuno ci saluta: “Hey, come va?” Uno, due baci. E’ un caleidoscopio di colori. I miei occhi vagano, esplorano, cercano. Non c’è.
Troviamo un angolino tranquillo per riprenderci un attimo, alzo lo sguardo al cielo come in cerca di un respiro d’aria fresca. Vedo una scia luminosa, è un attimo. Esprimo un desiderio. So che la serata è ancora lunga e sorrido. Poi abbasso la testa e vedo le mie scarpine che luccicano. Sono divine!
Ci ributtiamo nella bolgia. Praticamente ci sono tutti, anche gli indesiderati. Dobbiamo fuggire in fretta dall’imbianchino trentatreenne, scappo, faccio strada, quando mi trovo pancia a pancia con uno che conosco e che già in precedenza avevo evitato. Che sorpresa. Non c’è scampo, quindi ci fermiamo per scambiare due parole. In fondo non è male. Se non ci prova… Attacco col mio repertorio di buffonate: dato che ci conosciamo poco, mi spaccio per mia sorella gemella e lui ci crede! Come godo!! Ad un certo punto sento una mano che sfiora la mia, mi volto ed era lui, sorridente di fronte a me. La mia stellina!!! Senza pensarci, mollo la Claudia al tipo, che la porta al bar e sull’orlo dello sfinimento in breve tempo. Io rimango lì a parlare. La prima vera conversazione occhi negli occhi. Il tempo passa e la Claudia mi riempie il telefono con richieste di Sos (Sos, please someone help me…) a cui non rispondo. Sono una carogna, ma il momento è topico. Nel mentre arrivano due miei amiconi e si piazzano proprio dietro a lui; mi guardano e mi fanno le faccette, gesticolano per farmi ridere e prendermi in giro. Li ignoro. Se ne andranno dal locale senza nemmeno avvisarmi: “Eri troppo impegnata.. Antipatica”. Sono una doppia carogna. Ad un certo punto lui si accorge che Claudia dal bar manda occhiate insistenti, io le davo le spalle (tripla carogna), e così ci salutiamo. Ecco, proprio carogna non sono. Mi avvio verso il bar per dare soccorso all’anima in pena e la trovo a chiacchierare tranquilla con due suoi amici. Ma vaffan….. Interrompo il mio iddilio per correre in tuo aiuto e tu sei qui che te la spassi?? Accidenti!! Mi adatto alla nuova situazione ed inizio a parlare con uno dei due. Dopo un po’ la mia stellina si avvicina e si mette a conversare con il barista. Devo mollare il tipo che ho di fronte e recuperare il contatto stellare, ma quello non mi molla. E levati! Dai! Si, si, ho capito… Dacci un taglio! Ma è troppo azzeccoso e così lui se ne va. No! E il tempo va.. Finchè i nostri interlocutori decidono di fare una sosta ai box (al bagno) e noi pensiamo che ormai è ora di andare. Intanto Claudia comincia a chiedermi com’è andata, ma mi interrompo perché lui è riapparso, cammina verso di me. Ristabiliamo il contatto. Nel frattempo tornano gli altri due, ma è davvero ora di andare e così Claudia si avvia con loro verso la cassa e l’uscita. Io indugio qualche attimo ancora. Poi è davvero il momento. La notte sta volgendo al termine e anche le stelle se ne vanno a dormire.